Un paese dell'alta Val Bormida a 647 metri, fra bosco e case in pietra, dove l'acqua e le radici sono i due nemici del costruito.
Calizzano conta circa 1.464 abitanti e sta a 647 metri di quota, nell'entroterra della provincia di Savona. È un dato che vale la pena tenere a mente, perché smonta un'idea diffusa: la provincia di Savona non è solo costa.
Qui siamo in un contesto completamente diverso da quello balneare: boschi di castagno e faggio, inverni veri con la neve, case in pietra costruite per il freddo e non per il mare. I problemi del costruito sono quelli della montagna, non quelli della riviera: gelo, umidità di risalita, acqua che scende dai versanti, tetti caricati dalla neve.
Il paese ha un nucleo storico raccolto e poi frazioni e case sparse nei boschi, raggiunte da strade strette. Come in tutta la montagna ligure, l'accesso è il primo problema tecnico: molte case sono servite da vie in cui un mezzo da cantiere non passa, e questo decide in partenza chi può lavorarci e chi no.
C'è poi la caratteristica dell'entroterra savonese che pesa di più sul lavoro: la distanza dai centri. Le imprese attrezzate sono concentrate sulla costa, e salire qui per un lavoro piccolo non conviene a nessuno. Il risultato è che i problemi restano fermi per anni.
Non è un'impressione, è un dato. Secondo il rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico, in tutti i 235 comuni liguri sono presenti aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata, oppure a pericolosità idraulica media. Non alcuni comuni: tutti.
Sulla superficie regionale, le aree a elevato rischio frana e a media pericolosità idraulica valgono 902,8 chilometri quadrati, pari al 16,7 per cento del territorio.
Nell'entroterra questo si presenta in una forma specifica: non tanto l'alluvione del torrente, quanto il versante che si muove lentamente. Un muro di sostegno che si inclina di qualche grado, un terrapieno che si abbassa, una strada privata che si crepa sempre nello stesso punto. Sono movimenti che durano anni e che sembrano fermi, finché una stagione particolarmente piovosa non li accelera.
Il fattore che li governa è quasi sempre l'acqua: dove va a finire, quanto ne resta nel terreno, quanto in fretta se ne va. Ed è il motivo per cui il primo intervento serio su una casa in questi posti non è quasi mai strutturale: è di regimazione delle acque.
In un comune coperto di boschi c'è un problema che in pianura quasi non esiste: il rapporto fra le piante e quello che hai costruito.
Le radici cercano acqua, e la trovano dove il terreno resta umido: attorno a un drenaggio, lungo una tubazione che perde, contro un muro controterra. Una volta arrivate, entrano nelle fessure e le allargano. Un fico o un'acacia nati dentro un muro a secco non sono pittoreschi: sono cunei che lavorano lentamente e che, in dieci anni, aprono il paramento.
Sui tubi il meccanismo è ancora più subdolo. Una piccola perdita crea la zona umida, la zona umida attira le radici, le radici entrano nel giunto e lo aprono, e la perdita diventa grande. Quando lo scarico si intasa del tutto, il problema ha già dieci anni di storia.
Per questo, quando si scava vicino a piante mature, la prima cosa da capire è dove sono le radici grosse. Tagliarle senza criterio non danneggia solo la pianta: toglie ancoraggio al terreno, e su un versante quel terreno è quello che sta sopra casa tua.
Il costruito storico di Calizzano è in muratura di pietra locale, con malte povere, solai in legno e coperture pensate per la neve. Sono case costruite per la montagna, non per la costa, e vanno trattate di conseguenza.
I problemi arrivano quasi sempre da interventi che hanno interrotto la logica originale dell'edificio. Un intonaco cementizio steso su una muratura antica impedisce all'umidità di uscire e la spinge verso l'interno. Un massetto in cemento su un terreno senza vespaio fa risalire l'acqua nei muri. Una guaina messa dove serviva un drenaggio sposta il problema di due metri invece di risolverlo.
Sui muri controterra il meccanismo è sempre lo stesso: il terreno addossato alla muratura tiene l'acqua a contatto con la parete, e la parete la assorbe. Finché quel contatto resta, qualunque intervento fatto dall'interno è una medicazione, non una cura. La soluzione vera si fa da fuori, scavando: si libera il muro, lo si protegge, si mette un dreno alla base con la sua uscita, e si richiude.
Il problema più comune che troviamo è l'umidità nei piani bassi. Cantine e locali interrati scavati nel versante hanno il terreno addossato al muro su uno o più lati, e senza un drenaggio esterno quell'acqua resta lì. Ogni intervento fatto dall'interno, dai deumidificatori agli intonaci speciali, gestisce il sintomo: la causa si toglie da fuori, scavando.
Il lavoro tipico che ci viene chiesto qui è liberare un muro controterra e drenarlo. È un intervento che sembra semplice e che invece si sbaglia spesso.
Si scava lungo il muro fino alla base della fondazione, si pulisce la muratura, la si protegge, si posa un dreno alla base su un letto di ghiaia e lo si avvolge in un tessuto che impedisce alla terra fine di intasarlo. Poi si rinfianca con materiale drenante, non con la terra tolta, e si richiude a strati compattati.
I due errori che vediamo più spesso sono sempre gli stessi. Il primo è il dreno senza uscita: un tubo posato bene ma che non porta l'acqua da nessuna parte è un serbatoio, non un drenaggio. Il secondo è riempire con la terra di scavo invece che con materiale drenante: in due anni il sistema si intasa e torni al punto di partenza, con la differenza che adesso hai speso.
In pendenza c'è una regola in più: si scava per tratti, non tutto il fronte insieme, e la fascia di terreno sopra il ciglio non va caricata con la terra tirata fuori. È la causa più comune dei cedimenti durante i lavori.
Interveniamo su scavi e movimento terra con mezzi che passano dove i camion non entrano, drenaggi e regimazione delle acque attorno agli edifici, muri di sostegno e terrazzamenti, risanamento di cantine e locali interrati umidi, vespai, pavimentazioni esterne, rampe e accessi carrai, e sulle opere edili che accompagnano questi lavori.
Non facciamo l'installatore per conto terzi e non facciamo grandi opere. Facciamo opere edili e coordiniamo gli specialisti quando servono, con un referente solo per il committente.
Veniamo da Chieri, in provincia di Torino, e lo diciamo apertamente. Per una distanza come questa prendiamo lavori che tengono occupata la squadra per un periodo continuativo, non interventi di uno o due giorni: sotto quella soglia il viaggio si mangia il lavoro e il prezzo non starebbe in piedi. Lo diciamo prima del sopralluogo, non dopo.
Prima di dare un numero facciamo tre domande, e non sono formalità: sono le informazioni senza le quali un preventivo è solo un'ipotesi.
Foglio e particella. Servono a verificare in che zona di piano regolatore ricade il terreno e se c'è vincolo. È la differenza fra un cantiere che parte fra due settimane e uno che parte fra due mesi.
Le foto dell'accesso. Il punto più stretto del percorso, con un metro o anche solo una scopa appoggiata di traverso per dare la scala. L'ingresso visto da fuori, per capire la manovra. A Calizzano sapere quanto misura il passaggio peggiore decide quale macchina portiamo, e a volte decide se il lavoro si può fare.
Dove va la terra. Se c'è spazio per tenerla in cantiere e riusarla, il lavoro costa meno. Se deve uscire tutta, trasporto e smaltimento sono una voce vera, che va detta prima e non scoperta alla fine: su uno scavo di casa può pesare quanto lo scavo stesso.
Con queste tre cose diamo una risposta seria. Senza, chiunque dia un prezzo lo sta inventando.
In provincia di Savona quasi una casa su due non è occupata da residenti: il 49,8 per cento, secondo il censimento permanente ISTAT. Il committente che non abita sul posto, per noi, è la normalità e non l'eccezione: il metodo di lavoro è costruito su questo.
Prima di iniziare mettiamo per iscritto cosa viene fatto, con quali materiali e in quanto tempo. Non un preventivo generico, ma un documento che descrive l'intervento in modo che una persona non del mestiere capisca cosa succederà a casa sua.
Durante il cantiere mandiamo foto e video ogni settimana, e li mandiamo anche quando non c'è niente di bello da mostrare: uno scavo aperto, una parete puntellata, un ritardo per pioggia. Chi è lontano ha diritto di sapere anche le cose noiose, non solo quelle che vengono bene in fotografia.
Alla fine consegniamo la documentazione di quello che è stato fatto, comprese le foto delle parti che poi restano nascoste sotto il terreno o sotto il pavimento. Sono le uniche prove che quel lavoro esiste, e fra dieci anni serviranno a chi verrà dopo di te.
Su questo tipo di case gli errori si ripetono, e quasi sempre nascono dal voler risolvere in fretta un problema che chiedeva di essere capito.
Chiudere invece di drenare. Davanti a un muro umido la reazione istintiva è impermeabilizzare, intonacare, sigillare. Ma l'acqua che sta dentro una muratura deve uscire da qualche parte: se le chiudi la strada, se ne cerca un'altra, e di solito è più in alto e più dentro. La regola è togliere l'acqua da fuori, non chiuderla dentro.
Caricare il bordo dello scavo. La terra tirata fuori finisce quasi sempre lì accanto, in cima, perché è comodo. Quel peso in più proprio nel punto peggiore è la causa più frequente dei franamenti durante i lavori. La fascia sopra il ciglio, larga più o meno quanto lo scavo è profondo, va lasciata libera.
Richiudere alla svelta. Il rinterro buttato dentro tutto insieme si assesta da solo nei mesi successivi, e il piano sopra scende. Va rimesso a strati di venti o trenta centimetri, compattando ogni strato. È lento, non si vede, e sul preventivo sembra una voce inutile: è l'unica cosa che tiene fermo quello che ci passi sopra.
Rimandare per un anno. Su una casa che si apre poche settimane l'anno, un problema rimandato non resta uguale: peggiora per dodici mesi senza che nessuno lo veda. Un muro che si gonfia e un'infiltrazione che bagna sono le due cose che non conviene mai lasciare a dopo.
Perché il problema si risolve da fuori e cosa comporta liberare un muro controterra.
La parete che lavora, il ciglio da non caricare e l'acqua dentro il versante.
Le quattro misure che decidono se si lavora con la macchina o solo a mano.