Un borgo dell'entroterra savonese fra le grotte e le fasce, dove il costruito in pietra convive con l'acqua che scende dal versante.
Toirano conta circa 2.718 abitanti, in provincia di Savona, a pochi chilometri dal mare. Il dato che conta per chi ci lavora però non è la popolazione: è il salto di quota. Il paese sta a 38 metri sul livello del mare, ma il territorio comunale sale fino a 1.091 metri.
Più di mille metri di dislivello dentro lo stesso comune significano che qui non esiste un solo modo di costruire e nemmeno un solo tipo di problema. In basso c'è il paese storico, denso, con i carruggi. Salendo ci sono le fasce, i terrazzamenti e le case sparse, dove l'acqua e la pendenza comandano tutto.
Il borgo antico è quello tipico ligure: case addossate, vicoli stretti, passaggi coperti. Per un mezzo da cantiere, gran parte di quel tessuto è semplicemente irraggiungibile. È il motivo principale per cui molti lavori qui vengono rimandati per anni: non perché non si possano fare, ma perché l'impresa a cui vengono chiesti non ha come arrivarci.
Toirano è conosciuta soprattutto per le sue grotte, e questo dice qualcosa anche del sottosuolo: siamo in un contesto carsico, dove l'acqua si muove nel terreno in modi che dalla superficie non si vedono.
Gran parte dei terrazzamenti liguri è stata costruita per coltivare. Oggi, in molti casi, non è più coltivata, e questo cambia la loro storia clinica.
Un terrazzamento coltivato veniva percorso ogni settimana, e la pietra che si muoveva veniva rimessa a posto subito, prima che il movimento si propagasse. Un terrazzamento abbandonato non lo guarda nessuno: i primi cedimenti passano inosservati per anni, e quando qualcuno se ne accorge il tratto da rifare non è più di due metri, sono dieci.
Il meccanismo del cedimento è quasi sempre lo stesso, e non è quello che la gente immagina. Il muro non cede per il peso della terra: cede perché il drenaggio dietro il paramento si intasa di terra fine e l'acqua non riesce più a uscire. A quel punto la spinta idraulica fa quello che il peso della terra asciutta non avrebbe mai fatto.
Il segnale da leggere è la pancia: un rigonfiamento a metà altezza, visibile mettendosi di lato e guardando lungo il paramento come si guarda lungo il filo di una lama. Compare mesi prima del crollo, ed è la finestra in cui l'intervento costa ancora poco.
Non è un'impressione. Secondo il rapporto ISPRA sul dissesto idrogeologico, in tutti i 235 comuni liguri sono presenti aree a pericolosità da frana elevata o molto elevata, oppure a pericolosità idraulica media. Non alcuni comuni: tutti.
Sulla superficie regionale, le aree a elevato rischio frana e a media pericolosità idraulica valgono 902,8 chilometri quadrati, pari al 16,7 per cento del territorio.
Per un proprietario questo si traduce in due cose molto concrete. La prima è che l'acqua, qui, va sempre gestita: un cortile che non scola o un pluviale che scarica a terra vicino al muro non sono difetti estetici, sono l'inizio di un problema strutturale. La seconda è che gli interventi sul terreno vanno progettati sapendo dove finisce l'acqua, non solo dove la si raccoglie.
Il codice civile è chiaro su questo: il fondo più basso deve ricevere l'acqua che scende naturalmente da quello più alto, ma il proprietario del fondo alto non può aggravare quella condizione. Raccogliere l'acqua di mezzo giardino in un tubo e scaricarla tutta in un punto sul confine non è più scolo naturale: è un aggravamento, ed è una causa che parte fra due anni.
Il costruito storico di Toirano è in muratura di pietra, spesso con malta povera, solai in legno e coperture in coppi. Nel borgo le case sono addossate e condividono i muri: un intervento su un edificio tocca sempre anche il vicino, e questo va messo in conto dall'inizio.
I problemi arrivano quasi sempre da interventi che hanno interrotto la logica originale dell'edificio. Un intonaco cementizio steso su una muratura antica impedisce all'umidità di uscire e la spinge verso l'interno. Un massetto in cemento su un terreno senza vespaio fa risalire l'acqua nei muri. Una guaina messa dove serviva un drenaggio sposta il problema di due metri invece di risolverlo.
Sui muri controterra il meccanismo è sempre lo stesso: il terreno addossato alla muratura tiene l'acqua a contatto con la parete, e la parete la assorbe. Finché quel contatto resta, qualunque intervento fatto dall'interno è una medicazione, non una cura. La soluzione vera si fa da fuori, scavando: si libera il muro, lo si protegge, si mette un dreno alla base con la sua uscita, e si richiude.
Vicino al mare si aggiunge la salsedine, che sui balconi e sui cordoli in cemento armato accelera la corrosione dei ferri. Le macchie di ruggine e le scaglie che si staccano non sono un problema di facciata: sono l'armatura che sta lavorando male, e un rappezzo superficiale non le ferma.
La finestra buona per i lavori esterni in riviera va da ottobre a maggio, ed è il contrario di quello che pensa la maggior parte dei proprietari.
In estate le località costiere limitano i cantieri, e in diversi comuni i ponteggi in stagione non si montano proprio. Il traffico rende difficile anche solo far arrivare un mezzo. E soprattutto d'estate la casa la stai usando: un cantiere sotto il terrazzo ti rovina le uniche settimane in cui ci sei.
Chi chiama a giugno trova le imprese piene e i prezzi tirati. Chi chiama a ottobre trova disponibilità, tempi migliori e il lavoro finito per l'apertura. Su una casa che si usa d'estate, il momento giusto per decidere è quando la chiudi, non quando la riapri.
C'è anche una ragione tecnica: i muri a secco e i drenaggi si intervengono meglio con il terreno in condizioni normali, non nel pieno della secca estiva quando la terra è dura e polverosa e nemmeno sotto le piogge d'autunno inoltrato.
Interveniamo su muri a secco e terrazzamenti, scavi e movimento terra con mezzi che passano dove i camion non entrano, drenaggi e regimazione delle acque attorno agli edifici, risanamento di cantine e locali interrati umidi, pavimentazioni esterne, rampe e accessi, e sulle opere edili che accompagnano questi lavori.
Non facciamo l'installatore per conto terzi e non facciamo grandi opere. Facciamo opere edili e coordiniamo gli specialisti quando servono, con un referente solo per il committente.
Veniamo da Chieri, in provincia di Torino, e lo diciamo apertamente. Per una distanza come questa prendiamo lavori che tengono occupata la squadra per un periodo continuativo, non interventi di uno o due giorni: sotto quella soglia il viaggio si mangia il lavoro. Lo diciamo prima del sopralluogo, non dopo.
Prima di dare un numero facciamo tre domande, e non sono formalità: sono le informazioni senza le quali un preventivo è solo un'ipotesi.
Foglio e particella. Servono a verificare in che zona di piano regolatore ricade il terreno e se c'è vincolo. È la differenza fra un cantiere che parte fra due settimane e uno che parte fra due mesi.
Le foto dell'accesso. Il punto più stretto del percorso, con un metro o anche solo una scopa appoggiata di traverso per dare la scala. L'ingresso visto da fuori, per capire la manovra. A Toirano sapere quanto misura il passaggio peggiore decide quale macchina portiamo, e a volte decide se il lavoro si può fare.
Dove va la terra. Se c'è spazio per tenerla in cantiere e riusarla, il lavoro costa meno. Se deve uscire tutta, trasporto e smaltimento sono una voce vera, che va detta prima e non scoperta alla fine: su uno scavo di casa può pesare quanto lo scavo stesso.
Con queste tre cose diamo una risposta seria. Senza, chiunque dia un prezzo lo sta inventando.
In provincia di Savona quasi una casa su due non è occupata da residenti: il 49,8 per cento, secondo il censimento permanente ISTAT. Il committente che non abita sul posto, per noi, è la normalità e non l'eccezione: il metodo di lavoro è costruito su questo.
Prima di iniziare mettiamo per iscritto cosa viene fatto, con quali materiali e in quanto tempo. Non un preventivo generico, ma un documento che descrive l'intervento in modo che una persona non del mestiere capisca cosa succederà a casa sua.
Durante il cantiere mandiamo foto e video ogni settimana, e li mandiamo anche quando non c'è niente di bello da mostrare: uno scavo aperto, una parete puntellata, un ritardo per pioggia. Chi è lontano ha diritto di sapere anche le cose noiose, non solo quelle che vengono bene in fotografia.
Alla fine consegniamo la documentazione di quello che è stato fatto, comprese le foto delle parti che poi restano nascoste sotto il terreno o sotto il pavimento. Sono le uniche prove che quel lavoro esiste, e fra dieci anni serviranno a chi verrà dopo di te.
Su questo tipo di case gli errori si ripetono, e quasi sempre nascono dal voler risolvere in fretta un problema che chiedeva di essere capito.
Chiudere invece di drenare. Davanti a un muro umido la reazione istintiva è impermeabilizzare, intonacare, sigillare. Ma l'acqua che sta dentro una muratura deve uscire da qualche parte: se le chiudi la strada, se ne cerca un'altra, e di solito è più in alto e più dentro. La regola è togliere l'acqua da fuori, non chiuderla dentro.
Caricare il bordo dello scavo. La terra tirata fuori finisce quasi sempre lì accanto, in cima, perché è comodo. Quel peso in più proprio nel punto peggiore è la causa più frequente dei franamenti durante i lavori. La fascia sopra il ciglio, larga più o meno quanto lo scavo è profondo, va lasciata libera.
Richiudere alla svelta. Il rinterro buttato dentro tutto insieme si assesta da solo nei mesi successivi, e il piano sopra scende. Va rimesso a strati di venti o trenta centimetri, compattando ogni strato. È lento, non si vede, e sul preventivo sembra una voce inutile: è l'unica cosa che tiene fermo quello che ci passi sopra.
Rimandare per un anno. Su una casa che si apre poche settimane l'anno, un problema rimandato non resta uguale: peggiora per dodici mesi senza che nessuno lo veda. Un muro che si gonfia e un'infiltrazione che bagna sono le due cose che non conviene mai lasciare a dopo.
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